In gita sul lago Maggiore ( ovvero )
Dio esiste io l’ho incontrato
Questo è il titolo di un libro autobiografico di uno scrittore francese di nome André Frossard e che a suo tempo riscosse un discreto successo letterario.
Quando iniziai a leggere questo libro mi aspettavo di trovare tra le sue righe e nelle sue parole la spiegazione a questa sua affermazione.
Mi aspettavo qualche fatto di rilevanza eccezionale, qualche evento fenomenale atto a smuovere l’incredulità di gente di poca fede.
Lo lessi di botto ma all’ultimo voltar di pagina lo richiusi molto deluso.
Dopo poco tempo ne discussi con un amico, anche lui appassionato lettore, il quale mi invitò alla sua rilettura cercando e riflettendo sul cosa voleva far capire Frossard con il suo scritto.
Per prima cosa feci una ricerca sulla di lui persona. Scoprii che proveniva da una famiglia apertamente agnostica e fortemente liberale. La sua infanzia non ebbe mai grossi problemi e crebbe nella totale libertà. Ebbe però un grande amico di estrazione cattolica il quale, ogni tanto, lo portava a visitare qualche vetusta chiesetta. Ebbene, fu nella semplice visita in una di queste chiesette, che il nostro scrittore scoprì l’esistenza di Dio. Non ci fu niente di eclatante che glielo fece scoprire, fu solo il silenzio di quel sacro luogo che fece percepire alla sua anima il bisogno di Dio. Fu con la rilettura del libro che capii come questo avvenne, come ciò successe, senza scossoni o terremoti ma nella semplicità di un’anima in incosciente metamorfosi.
Tutto questo preambolo per mettere su un foglio di carta quel processo del vivere che ti può permettere di incontrare e rincontrare Dio in qualunque momento della vita lungo il suo peregrinare tra le fatiche del quotidiano; ma soprattutto trovarlo a volte, con una semplice veste, mischiato con noi umani.
E fu così che il 16 di luglio il gran Capo, avendo poco da fare (è tempo di ferie anche in paradiso?), ha pensato bene di trascorrere una giornata con quelle persone speciali di Cassano Magnago della A. F. P. D. in gita su battello navigando sulle acque del lago Maggiore.
Fu all’imbarcadero di Angera che m’accorsi che fra di noi c’era un “clandestino” il quale, non avendo bisogno di biglietto, si era intrufolato nel gruppo. All’inizio del viaggio si posizionò a poppa del battello ( la nostra arca) e scrutando l’orizzonte indicava l’approdo di Pallanza ( il nostro Ararat ).
Certo che, la presenza a bordo del gran Capo, ha tenuto lontano da noi il diluvio di cattiverie e la patologica indifferenza con la quale la società moderna lascia annegare le iniziative ricche di umana fratellanza.
E così noi il 16 di luglio lo stavamo vivendo sotto una campana di vetro che ci permetteva di gustare appieno il vero contatto umano.
In quel contesto ci si trovava bene anche il nostro “clandestino” e lo si poteva dedurre guardando quei volti di persone che avevano passato gli anta da tempo immemorabile, ma se il tempo aveva cancellato la bellezza dei loro vent’anni la presenza del nostro clandestino ridava vigore alla gioia espressa dai loro occhi e alla luminosità dei loro sorrisi.
Il cielo si presentava carico di nubi minacciose ma, sul nostro battello, non stazionava il suo grigiore anzi, sembrava d’essere sotto il solleone agostano tanta era l’allegra euforia del gruppo
Il programma iniziale di quella navigazione, a mo’ di crociera, non prevedeva la fermata a Pallanza ma il gran Capo, attraverso quel tutto fare che di nome fa NADIA, ottenne di fare la fermata proprio in prossimità di quel meraviglioso parco qual è il giardino di Villa Taranto.
Scendemmo con relativa facilità dal traghetto aiutati, con tanta umana gentilezza, dal personale della navigazione del lago Maggiore . Poi prendemmo posizione nell’apposita area per picnic e avvicinando diverse panche facemmo cerchio intorno al tavolo dove stazionavano le cibarie, poi le pie donne del gruppo si misero all’opera distribuendo panini e bibite a tutti.
Nel frattempo il “clandestino” non stava mai fermo ( io più che vederlo sentivo la sua presenza ), passava in mezzo a noi liberando alla gioia animi oppressi da ricordi tristi o da recenti sofferenze fisiche. Con le sue carezze slegava lacci di pregiudizi avvilenti e allargava l’abbraccio a chi dalla vita ha avuto poco o niente in termini puramente materiali.
L’ho anche visto addentare un panino di mortadella e bere aranciata in un bicchiere di plastica dove si era già dissetato uno dei ragazzi meno fortunati.
Finita che fu l’abbuffata onde permettere una più che buona digestione ci incamminammo lungo i vialetti del parco. Meravigliosamente bella, la natura si apriva davanti al nostro incedere ricca di colori e tenui delicati profumi deliziavano il nostro respiro.
Nel contempo mi offrii come volontario per spingere la carrozzina di Fatima sulla rampa che portava al laghetto delle ninfee e qui barai un pochino perché fui aiutato dal nostro “clandestino” il quale, con il suo soffio, mi spingeva così forte che qualcuno pensò di congratularsi per quel mio exploit.
Alle 16 e 30, sotto un cielo che sera fatto plumbeo, suonç l’ora del rientro perciò tutti pronti all’imbarcadero. Nell’euforia per la bella giornata trascorsa facemmo un po’ di caciara ma tutto filò lisco.
Però, 2 minuti dopo la partenza, si aprirono le nubi per lasciare cadere acqua a catinelle. Subito mi misi in allarme, girai intorno lo sguardo e vidi visi tristi e affaticati, il motivo l’avevo intuito subito : il “clandestino” non era più con noi , aveva finito il suo compito ed era ritornato lassù dove le stelle brillano in un cielo anche se carico di nubi .
Guardando quei visi carichi di triste malinconia fui preso anch’io da spossatezza e mi misi seduto vicino al finestrino per guardare la pioggia che cadeva sul lago. Cullato dal dolce rullio del battello mi addormentai e sognai. Sognai che una mano mi rimboccava le coperte. Era una mano rugosa e piena di calli e passava lambendomi le guance. Volevo vedere il suo volto ma non ci riuscii pero riconobbi la sua voce quando mi disse: lascia sempre aperto il cancello dell’umiltà perché è solo così che puoi incontrare quello che oggi è stato tra voi come “clandestino”. Mi sono svegliato di colpo e seppur un poco titubante , se l’aver realmente sentito quelle parole, ebbi ancora la certezza che dio esiste e oggi l’ho incontrato in mezzo agli umili vivendo in umiltà .
L’approdo ad Angera e ritorno in quel di Cassano Magnago, avvenne nella assoluta normalità, il resto è un’altra storia…
Gregorio





